sabato, 24 ottobre 2009
Postato da Devilmath alle 12:42
Parlando di argomenti di un certo livello
Dai, spiegami le tue idee: commenti ?

Quattro anni sono un sacco di tempo, cazzo. Inizialmente questo post doveva essere qualcosa di brillante (curioso, come se con tutti gli altri post non fossi partito con questo presupposto). Scritto in modo efficace su un impianto che nell’intento era ben studiato e adattabile all’evenienza. Avevo anche buttato giù una mezza bozza, una ventina di giorni fa (era tutto preparato, era tutto preparato); poi in un anno, in un mese, in due settimane, di cose ne succedono, sapete com’è. No, per la verità non succede mai un cazzo, ma mi sono accorto che man mano che i giorni passavano la bozza stava prendendo una strana direzione meno generale e troppo personale, e non andava per niente bene. E in ogni  caso non è colpa degli ultimi dieci, venti, cinquanta giorni, ci mancherebbe. Chissà come sarei riuscito a incasinarlo, quel post. Probabilmente scrivendolo. Stavamo dicendo? Ah, sì, dei quattro anni. Beh, domani sarebbero quattro anni. Quattro cazzo di anni di blog. Se devo scrivere un post introspettivo e sgaio su quello che ho capito in questi quattro anni, è evidente che sto sbagliando qualcosa se tiro le somme partendo dall’ultimo mese, dall’ultima settimana. O dall’ultimo anno.
Sarebbe un po’ pulcioso e banale parlare del perché aprii questo blog (quasi) quattro anni fa e di quello che ci ho scritto blabla anche le cose belle hanno una fine quindi figurarsi quelle brutte (risate registrate) blabla siete stati dei buoni lettori eccetera. No. Innanzitutto, seriamente. Chi cazzo siete? Davvero, non me lo spiego. A parte quei due-tre che arrivano tutti i giorni cercando immagini di feti malformati, e l’altro paio di persone che so avere abbastanza tempo da perdere per controllare sette giorni su sette se ho scritto qualcosa di nuovo (+1 di visite, grazie. Vi avviso comunque che hanno inventato i feed e amenità simili); a parte questi, dico, le altre venti-trenta persone che capitano qui ogni santo giorno chi sono? Palesatevi. Non che ormai sia più di grossa importanza. Però boh, un po’ di bene ve ne voglio, dai. Così, oggi sono buono (nonèvero.) e incline alle facili emozioni.
Ho divagato e perso il filo di nuovo. Quattro cazzo di anni. Sapete (sì lo sapete, fate finta che sia un pensiero detto a voce alta), non è facile essere una persone che riesce a sentirsi (quasi) a suo agio solo con qualcuno che trova esilarante la battuta “se Cristo fosse stato masochista a quest’ora avremmo crocefissi con un’erezione” (io a 17 anni). Quattro anni, e diventi una persona che non si sentirà mai più a suo agio. Che pretende che tutti conoscano o almeno di far conoscere a tutti It’s Bad For Ya! o Kind of Blue, e che gli unici commenti disposto a ricevere sarebbero “meraviglia” o almeno “ti amo”. Ecco, internet ti rende una persona peggio. Indubbiamente ha accresciuto certe mie conoscenze, mi ha permesso vari approfondimenti (politici, sociali, umani, musicali, artistici in generale, di tutti i tipi) e mi ha insegnato a essere un cazzo di talebano sulle mie idee e a odiare tutti quelli che non le capiscono e condividono integralmente. No dai, non così brutalmente, però ecco, diventi una persona peggio quando preferisci Bill Hicks alle persone reali di tutti i giorni. Va bene, ammetto che effettivamente a certe persone è preferibile anche un cane idrofobo che ti morde i glutei; in quel caso essere persone peggio probabilmente non è poi così male. Lo è di certo se magari dagli altri puoi apprendere qualcosa di importante e interessante e prezioso. Quindi in fondo ok, anche se non conoscete Michael Stipe o Woody Allen non è grave. Davvero, siete perdonati. Ve li sottoporrò io con la forza, fidatevi. Seriamente. Voi condividete con me quello che io non conosco, me ne vergogno molto se per voi sono importanti e io non so di cosa stiate parlando. D’altronde se hanno segnato voi potrebbero aver segnato me quindi sparate tutte le vostre cartucce. Ecco, si impara anche un po’ di umiltà in (quasi) quattro anni. Non umiltà nei confronti dei lettori de Il Riformista, magari, ma per le cose e le persone che contano sì.
Tsk, che poi non volevo arrivare a parlare neanche di tutto questo, in quel post che avevo in progetto, ma visto che sono saltati tutti gli schemi – facendo piangere Arrigo Sacchi – tanto vale andare a ruota libera. Sperando che non diventi un post sugli ultimi quindici giorni. Perché se preferite potrei chiedermi se la razionalità è effettivamente tale, dal momento che non possiamo prendere in considerazione tutte le eventualità accessorie di un momento, impedendoci di prendere decisioni realmente ponderate sulla relatività dei fatti. Perché poi capita che uno si spacchi la testa su ste cose (qualcuno mi ascolta pure, ogni tanto; grazie), e tutto quello che gli resta è comunque “So What”.
Non che sia colpa del blog, dicevo. Perché in fondo è del blog che si parla, oggi. Ché se non lo avete ancora capito, questa è l’ultima volta che ci scriverò. Perché quattro anni sono davvero tanti, e quindi è meglio fermarsi prima, prima che diventi troppo. Fermiamo questa cosa, in caso facciamone partire un’altra. Oppure perdi il senso della strada, vai sempre dritto, e alla fine muori. Chissà cosa accadrà fra (quasi) quattro anni. Diamoci appuntamento al 23 ottobre 2013. Non qui, ovviamente, diamoci un appuntamento ipotetico, e chissà. Qui si può fare anche basta. Non che uno stupido blog in sé cambi la vita delle persone o possa incidere davvero e fare la differenza (in ogni caso senza questo blog non esisterebbe Quel Video – pensa che roba). Sul blog al massimo avrete potuto seguire l’evoluzione di una macchietta qualunque che diventava Pagliacci, il clown in città. La conoscete la storia di Pagliacci? Per i profani (attenti, potrei non sentirmi a mio agio con voi): c’è un tizio che si sente triste, solo, depresso. Minacciato dalla vita stessa. Va dal dottore e gli racconta i suoi problemi, e questi gli risponde: “In città c’è il clown Pagliacci, vada a vederlo: è divertentissimo. La tirerà su di morale!”. E il tizio scoppia a piangere e risponde: “Ma dottore, Pagliacci sono io”. Hah, bella storia. Tutti ridono. Rullo di tamburi. Sipario.
lunedì, 19 ottobre 2009
Postato da Devilmath alle 16:30
Parlando di qualcosa di non necessario
Dai, spiegami le tue idee: commenti (4)?

- SOUNDCHECK



- SETLIST

















- BREAK








- ENCORE




lunedì, 12 ottobre 2009
Postato da Devilmath alle 18:57
Parlando di pistole alla tempia
Dai, spiegami le tue idee: commenti (1)?

Il dentista è un uomo alto, sulla sessantina, col profilo del naso adunco che segue idealmente la linea della fronte, della nuca, e confluisce geometricamente in una sorta di gobba, tipica di chi si deve abbassare per sentire meglio o per schivare gli stipiti delle porte basse. Ha i capelli brizzolati e diradati, grandi occhiali tipici di vent’anni fa, dello stesso modello che li comprò l’ultima volta che voleva stare al passo coi tempi (poi è sopraggiunta l’abitudine). Indossa volentieri la giacca marrone, da uomo distinto, e pantaloni a tinte spente. Ha le mani grandi e ossute, che usa per gesticolare accompagnandole a evidenti espressioni facciali, quando discute di argomenti più o meno disparati. È un uomo vecchio stampo, di quelli che per riferirsi a momenti della sua giovinezza usano l’espressione “quando ancora portavamo i calzoni corti”, gustandosi la pronuncia della zeta. Di professione fa il dentista, quindi può permettersi di portare la sua signora a cena tutte le settimane, nello stesso posto, per poi poter scambiare quattro chiacchiere col proprietario in un approssimativo tentativo di sviluppare la sua vita sociale. La sua professione lo assorbe come uomo e come persona, ma la percepisce solo come fonte di reddito e non come una passione; non ha in ogni caso altri interessi, segue il calcio e l’attualità per inerzia rispetto a quanto fanno i suoi colleghi o le poche persone che ha occasione di incontrare (vicini di casa, pazienti del suo studio, familiari vari). È ottuso e limitato, il suo svago principale è potersi sedere in poltrona e accendere il “televisore”: guardare un mezzo telegiornale, qualche occasionale e vago dibattito pomeridiano, vecchi film. Non è sinceramente attratto da nulla, non prova soddisfazioni se non nel crogiolarsi nel proprio status di uomo medio, per metà ignavo per metà convinto che gli anni gli abbiano dato l’esperienza “per capire le cose” e non una più banale boriosità qualunquista. Vive nella sua cittadina veneta dal nome tipico, come Vittorio Veneto, Valdobbiadene, Bassano del Grappa, dove basta avere un cappello buono per garantirsi un posto fra i borghesi del luogo che si salutano giovialmente impostati dicendo “salute a lei e alla sua cara signora!”. Tutti viscidi signorotti i cui padri dissodavano la terra con le unghie, e che hanno cresciuto i loro figli sperando che il loro futuro fosse facile, e quindi (come ovvia conseguenza) buono. Il dentista tratta con fastidiosa accondiscendenza tutti quelli con cui parla, è convinto di spiegare verità indiscutibili frutto dei suoi pensieri pomeridiani davanti al caminetto, e di avere a che fare con persone troppo fannullone per avere le idee chiare su un qualsiasi argomento. Nessuno ha di lui un buon ricordo o un fondato genere di stima o rispetto umano. Con la moglie si comporta gentilmente e ha teneri atteggiamenti più per un senso di gratitudine per essere sempre al suo fianco, che per un reale coinvolgimento sentimentale nei suoi confronti (per quanto il tempo possa averlo auto-convinto). La loro vita di coppia è scialba e fatta di routine, ma questo li rassicura e semplifica il loro legame di mutuo soccorso. Vederli passeggiare sottobraccio per le strade del centro, con il sole pomeridiano che inizia a tramontare, è un’immagine davvero triste e decadente.

La moglie del dentista è una donna cinquantenne che si rende conto di stare invecchiando. Quando si veste per uscire la domenica sceglie abiti semplici ma con cura, per poi guardarsi allo specchio e pensare – a ragione – che forse qualche anno in meno riesce a dimostrarlo. Porta i capelli a caschetto sempre in ordine e ben regolati, tinti di un colore che somiglia al suo al naturale ma ha una leggera sfumatura diversa, che tende al rosso. Potrebbe sembrare una fine maestra delle scuole medie, in realtà quando cammina e quando parla rivela una smaccata fragilità umana, un atteggiamento remissivo e quasi impaurito da qualsiasi cosa la circondi e possa circondarla. Si sente al fronte, priva di competenze, in prima persona a combattere per la sua vita, e questo la mette in soggezione. Vorrebbe sentirsi una donna forte, ma sa che le sue spade sono tutte spuntate. Il reverenziale amore che prova per il marito le dà un conforto protettivo e un minimo di coraggio per agire e poter ribadire un minimo di orgoglio personale. I suoi incerti sogni di giovane scolaretta si sono col tempo adattati e appiattiti a una realtà che permette solo rassegnazione a ruoli modesti: la casalinga mantenuta, l’impiegata frustrata in una piccola impresa, la commessa in un negozio di sartoria. Coltiva piccoli e innocui interessi da persona annoiata, legge riviste rosa; non conosce Natalia Aspesi ma le piacerebbe. Ogni tanto spende qualche soldo per comprare delle bambole con vestiti ricchi e sfarzosi, e le mette in un angolo della casa sperando che il marito se ne accorga il più tardi possibili e che non faccia petulanti domande o stizziti rimproveri come quando mette il riscaldamento troppo alto. Le sue amiche sono tutte persone conosciute ai tempi della scuola e che vivono nella sua stessa città. Con alcune ha minimi contatti, con altre una frequentazione un po’ più assidua, ma solo in occasioni particolari (una cena, una cresima, un compleanno). Non ha amici maschi, al massimo qualche collega che tratta con finta disinvoltura ma col quale non berrebbe da sola un caffé in totale tranquillità. È immersa in un perbenismo bigotto e strisciante fin dalla nascita, che perdura immutato e insindacato negli anni, e la limita in pose e atteggiamenti composti, rispettosi, ossequiosi, ridotti all’osso per essere il meno appariscenti e disinvolti possibile. La spontaneità è l’unica trasgressione che ogni tanto si concede, come pazzia momentanea da ragazza sbarazzina. La sessualità è un argomento che la mette terribilmente a disagio, può avere fantasie inconcretizzabili che la fanno vergognare e sentire sporca; certamente col marito prova una soddisfazione minima e forzata vista come atto dovuto incluso nei suoi doveri di femmina. Non concepisce il sesso come un intimo atto d’amore ma come un accessorio del matrimonio un po’ particolare, che se si potesse fare vestiti e distrattamente come scrostare il forno risulterebbe meno invadente nella sua vita privata. La sua ambizione è azzerata, la sua vita è spenta e procede a velocità costante puntando verso una fine inevitabile che chiuderà il sipario a un’opera priva di titolo, regista e attori che nessuno vedrà mai.

mercoledì, 16 settembre 2009
Postato da Devilmath alle 03:33
Parlando di pistole alla tempia, qualcosa di non necessario
Dai, spiegami le tue idee: commenti (7)?

Avendo genitori nati negli anni ’50, casa mia ha una notevole scorta di vinili. LP di tanti tipi, tante canzoni, roba che per lo più fa accapponare la pelle, francamente. Ma anche cose interessanti, tipo qualche disco di Edoardo Bennato che ascoltavo da piccolissimo quando andavo all’asilo. In soggiorno avevamo un bellissimo impianto stereo al completo: mangiacassette, lettore cd, giradischi, radio, equalizzatore, due belle casse in alto sulla libreria che inondavano la stanza di musica. Ci ascoltavo spesso tanta musica, da Lo Schiaccianoci, a Pierino e il Lupo, e un po’ tutti i vinili che trovavo, senza capirci granché, ma con un sacco di soddisfazione per questo aggeggio: solleva il coperchio, sposta la testina di lettura, estrai il disco dall’enorme custodia di cartone, metti il disco, appoggia bene la testina, fai qualche tentativo, risistema la testina, eccetera finché non partiva (o si rompeva). Ho sviluppato una sorta di affetto per quel giradischi, con quella testina sempre sporca, i crepitii di fondo, i vinili che saltano. Tutti quei dischi sentiti ogni pomeriggio da piccino, quella musica che ascoltavo e riascoltavo. Mi divertiva. Passione di famiglia. Ricordo un 35 giri di mia madre, molto vecchio (molto vecchio), dei Creedence Clearwater Revival. Quello con Molina e Hey Tonight. Vissuto. Usuratissimo. Ascoltato appassionatamente. Molto prima che io nascessi. Recentemente mia madre mi ha confidato essere uno dei più vecchi che ha, che regalò alla cieca al fratello secoli fa, senza sapere chi fossero i Creedence (“D’altronde quella volta internet non c’era”) salvo poi tenerselo per sé perché le piaceva un frego. Una sera - si parla sempre di molto tempo fa, che tipo Berlinguer era ancora vivo e vegeto - un amico di famiglia venne a cena, e vide il disco, andando in fibrillazione perché “anche a voi piacciono i Creedence!”; ne nacque una discussione musicale in cui mia madre venne a conoscenza che i CCR erano un gruppone della madonna. Non per niente, il disco era stato ascoltato migliaia di volte. Il cartone a pezzi, tutto strappato, l’immagine davanti sbiadita. Non che gli altri fossero presi tanto meglio, messi lì per anni a prendere polvere (con l’avvento del cd si era persa grandemente l’abitudine di sentire i vinili, praticamente ero restato solo io a volerli; in ogni caso nella prima metà degli anni ’90 il giradischi si ruppe e non fu più riparato). Di tutta questa schiera di dischi, ce n’era uno immacolato. Mancava poco che fosse ancora incellofanato. Pulito. Come se fosse la statuetta di un Oscar in mezzo alla spazzatura (o agli Mtv Awards). Integro e desideroso di esser ascoltato. Un disco raro. Non vi dirò quale disco è, perché non fa alcuna differenza; ma è una sorta di edizione limitata, non di quelle assurde da svenarsi o da vendere un rene, ma uno di quelli che se lo vedi in vetrina ci pensi che, cazzo, i soldi ce li ho, non me lo posso perdere. E non era pressoché mai stato toccato. Notevole, ma perché? Beh, avevamo il cd; il normale cd comprato al supermercato. Bello. Bellissimo. Quello sì, sentito spesso con grande soddisfazione. Il disco da collezione, meglio tenerselo lì, da parte, come trofeo. Magari suona male (impossibile). È bello così, non azzardarti a graffiarlo.
lunedì, 07 settembre 2009
Postato da Devilmath alle 18:23
Parlando di sfoghi e maledizioni, qualcosa di non necessario
Dai, spiegami le tue idee: commenti (4)?

Ci sono, o non ci sono? E se ci sono, chi ci dice che siano interessati a parlare con noi? Ad esempio, gli scarafaggi; sappiamo che esistono, perché non comunichiamo con loro (in un modo che non comprenda le nostre ciabatte proiettate verso l’area di pavimento in cui stanno zampettando)? Ci riteniamo troppo superiori per parlare con uno scarafaggio, è evidente e sensato. Quindi se gli alieni fossero talmente evoluti da essere in proporzione più svegli di noi tanto quanto noi siamo più svegli delle già citate blatte, ne consegue logicamente che questi esserini verdi (“verdi”) non avrebbero alcun interesse a rivolgerci la parola, o qualunque altro mezzo adoperino per comunicare (sempre ammesso che comunicare non sia una forma obsoleta e limitante per interagire con le persone) (sempre ammesso anche che interagire con le persone sia una forma di comportamento evoluto, io sono anni che sostengo il contrario). Eppure qualcuno di convinto che gli alieni ci parlino c’è. Un chiaro esempio di comunicazione sono i cerchi nel grano. Ovvero ettari di spighe piegate tutte nello stesso senso e intrecciate che neanche mia nonna con l’uncinetto, a formare maestosi e intricati simboli circolari; e qualcuno tenta di dare la sua interpretazione: beh dai, queste spighe messe così mi ricorda quel simbolo dell’antica mitologia egizia che vuol dire xyz, e infatti c’è sempre stato il dubbio che gli egiziani fossero tutti alieni, non per niente c’è un importante film che spiega come le piramidi servano da pista di atterraggio per le astronavi extraterrestri, se colleghi quel simbolo lì a quello di qua, beh si insomma possiamo dare una sommaria interpretazione e tradurlo con “stiamo per invadervi”. Questo, oppure è un coglione che ha passato la notte a piegare spighe. Oppure sono davvero segni degli alieni, ma è solo il luogo di atterraggio delle navicelle spaziali. Hai voglia a interpretare la forma dei motori di un’astronave venusiana. Oppure sono davvero delle forme di comunicazione, solo che non sono dirette a noi. Come non a noi, direte voi (io)? Sono sulla Terra è ovvio che sono indirizzati a noi. Beh, no; insomma, se tu scrivi una lettera, è perché la devi mandare a qualcuno, non perché stai comunicando con la carta. Quindi ci sono un bel po’ di variabili in gioco, però però però. Però sembra così dannatamente logico che stiano parlando a noi. Cioè è proprio chiaro, è sotto i nostri occhi, non può avere altro che quel significato. O forse siamo noi che vogliamo che abbia quel significato e forzatamente ce lo applichiamo? Certo, potresti chiedere agli alieni di essere più chiari. Se sapessi comunicare con loro, perché poi magari costruisci l’astronave, vai su venere, lasci dei plausibili segni sulla sabbia rocciosa eccetera, arrivano gli alieni e ci leggono “prendi due litri di latte che siamo senza e chiudi a chiave la cantina”. Capite che sarebbe ridicolo e imbarazzante. Soprattutto se stanno effettivamente parlando con noi ma per dirci tuttaltro, e noi come deficienti fraintendiamo tutto (d’altra parte mica è semplice interpretare il pensiero di qualcuno che forse neanche sta parlando con te); il che è oltretutto molto probabile, perché non ci vedo pronti a tradurre correttamente “il midollo è un eccellente carburante per le nostre astronavi, stiamo venendo per prosciugare le vostre ossa”, più facile che ci illudiamo che sia qualcosa del tipo “siamo gli alieni più buoni del mondo (lolone), veniamo per commerciare le nostre risorse secondo le vostre regole e per regalo vi portiamo un sacco di cuccioli di Labrador”. Non so perché ma questo mi mette una certa tristezza addosso. Quindi niente, teniamoci i nostri dubbi. Forse parlano con noi, forse no. Se hanno davvero qualcosa da dire, ce lo vengano a dire più chiaramente, magari in un modo che non implichi piegare delle cazzo di spighe di grano.
sabato, 29 agosto 2009
Postato da CristoGesu alle 00:44
Parlando di miracoli e altra roba cristiana
Dai, spiegami le tue idee: commenti (4)?

Era caldo in Galilea e Gesù era presso Nazareth a compiere miracoli per il diletto dei bambini. Gonfiato l’ultimo palloncino il Messia scorse un pastore che puliva la lana di una pecora sotto il sole. Il pastore era noto come Ermeneo, instancabile lavoratore e uomo generoso di cui tutti si fidavano. Gesù lesse la fatica sul suo volto e gli si avvicinò.
“Ermeneo – esordì il Salvatore – Ermeneo…”
“Avevo sentito anche la prima volta”, rispose Ermeneo.
“Ho visto che lavori bene, Ermeneo. Sei un vanto per questo popolo”
“Graziè Gesù”
“Non ringraziarmi, Ermeneo. Conosco il tuo valore e so che sei uomo di grandi capacità. Vieni con me, Ermeneo, viaggia assieme a me e agli altri miei discepoli, diffonderemo il Verbo di Dio e la Terra sarà un posto migliore”
”No grazie, c’ho un attimino da fare”
“Okay” rispose il Nazareno, allontanadosi.
E fu così che Ermeneo non venne perseguitato dai Romani né crocifisso o torturato o brutte robe del genere.
martedì, 25 agosto 2009
Postato da Devilmath alle 02:21
Parlando di qualcosa di non necessario
Dai, spiegami le tue idee: commenti ?